La frase scritta nel titolo di questo post non è una sorta di augurio scaramantico per il prossimo futuro (almeno non in toto...) ne il motto araldico che vorrei un mio avo avesse fatto incidere nello stemma di famiglia (se fossi io stato di origine gentilizia, ovvio) bensì il titolo dell'ultimo romanzo di Fulvio Ervas. Romanzo che ho letto con grande soddisfazione nei giorni appena trascorsi.
Un titolo così affascinante non può rimanere indifferente a chi ama il Prosecco, ma in questo caso a spingermi verso la lettura di Ervas, autore che non conoscevo, non è stato il piacevole titolo bensì la convincente segnalazione di Lorella Zago, attenta ed affezionata lettrice di Fulvio Ervas, "dentro le sue righe si possono trovare cose infinite...", e forse sarò influenzabile ma con una simile presentazione non potevo esimermi dall'acquisto!
Forse perché poco incline nel leggere libri solamente perché consigliati, (così come non amo bere vini unicamente perché consigliati) devo confessare di aver incontrato qualche difficoltà nelle prime pagine: trovavo la parte introduttiva eccessivamente leggera e priva di fascino, quasi banale, invece, ora lo posso dire, non mi ero reso conto di come questo libro fosse simile ad grande vino, il quale appena aperto non fa nulla per vincere e convincere.
Ben presto la piacevolezza narrativa e la fluidità dello scritto hanno fugato ogni mio dubbio: Ervas è maestro nel raccogliere l'attenzione del lettore senza impiegare vocaboli inusitati, impossibili colpi di scena o inspiegabili stravolgimenti di trama, affida principalmente alla sua ottima capacità di descrizione (e quindi di osservazione) e ad una velata ma pungente ironia il piacere di farsi leggere.
Il libro, un giallo, è il quarto della serie dedicata all'ispettore Stucki: personaggio quasi agli antipodi rispetto alla figura fisica e dannata che (purtroppo) molti scrittori nord americani hanno imposto: è uomo pacato ed ironico (sicuramente ironico come lo scrittore che l'ha inventato) attento ed acuto, e si trova quasi casualmente coinvolto nell'indagare sullo strano suicidio del conte Ancillotto, possidente terriero, amante del vino e donnaiolo impenitente. La breve indagine si sarebbe certamente conclusa in nulla di fatto se a breve distanza, e nello steso paese dove il Conte risiedeva, non fosse stato assassinato l'ingegner Speggiorin unico direttore del grande cementificio, e se l'arma utilizzata per tale omicidio (una poco comune Bernardelli 69 calibro 22) non fosse identica a quella che possedeva il Conte Ancillotto....
Pur mantendendo lo stile del giallo il romanzo si trasforma in commedia, commedia in cui Ervas colloca personaggi che per il lettore assumono una precisa identità: Secondo è l'oste filosofo che ogni enofilo vorrebbe avere come oste di fiducia, Don Ambrosio ricorda il prete che insegnava dottrina alle elementari, Celinda Salvatierra la vicina (di vigneto) che mai vorresti avere, e Francesca Del Santo... beh, qui sorvoliamo!
Bel libro, bel libro sul serio: mai troppo impegnativo ma così ben scritto che non ti prende la smania di arrivare alla fine per scoprire chi è il colpevole, perché godi dello scorrere delle pagine senza alcuna fretta.
Bellissimo il fatto che sia ambientato tra i colli del Prosecco e nella splendida Cison di Valmarino: per me è stato divertente girare per quel paese nella sere di agosto cercando di capire in quale casa poteva risiedere Speggiorin, qual'era la villa di Ancillotto, oppure dove fosse la terrazza su cui giocavano a calcio balilla i kosovari.
Emozionante infine arrivare a pagina 198 e leggere che il Conte "polemizzava, anche scrivendo di tanto in tanto su una specie di sito, il Circolo dei saggi bevitori. Quando compariva la firma Prosecco blues era il Conte. Lagnanze, soprattutto. Frecciatine ma anche colpi di alabarda. Il conte voleva più qualità e meno quantità..."
E lo scriveva in una specie di sito, il Circolo dei saggi bevitori... allora è proprio vero: finché c'è prosecco c'è speranza!
AC