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Primo Franco scrive...

ninofranco

Questa è la mail (lettera) ricevuta da Primo Franco, ed a cui faccio riferimento nel post precedente.

La pubblico volentieri per i motivi già esposti.

Buona lettura.

 

Sento il bisogno di rispondere a quanto scritto da Alvaro Pavan, che conosco di persona, poiché alcune parti del suo articolo dimostrano che, nonostante sia stato più volte all’interno della proprietà di “Grave di Stecca”, egli non  “sa” e  non ha mai chiesto (avrebbe potuto farlo in molte occasioni) cosa sia quello che nel 1991 è nato come progetto, forse unico, a Valdobbiadene.

 

Innanzi tutto, orgoglioso di appartenere alla categoria dei negozianti, mio nonno Antonio che cominciò nel primissimo dopoguerra della Grande Guerra aveva nella sua carta intestata la seguente descrizione della sua attività “ Franco Antonio Produttore e Negoziante in Vini  Valdobbiadene “. I  negozianti o commercianti di  vino, come ci chiamavano, hanno fatto la storia del paese, tant’è che in via Garibaldi (la via dove è situata la nostra cantina) ci sono Bortolomiol, Mionetto, Franco, Ruggeri,  prima che si trasferisse, Valdo (ex società Vini Superiori che iniziò per prima nel 1926 con piccole autoclavi); arrivati in piazza girando a destra Trevisiol e successivamente Bortolotti etc. Le aziende elencate rappresentano la vera storia di Valdobbiadene, fatta di commercio di vini bianchi, rossi - naturalmente acquistati in alte zone - venduti in botti, damigiane, bottiglie con il tappo corona, renane, bordolesi, fiaschi e spumanti prodotti con il metodo Charmat per sé e per conto terzi, frizzanti, fermentati in bottiglia chiamati “col fondo”,  metodo di produzione e definizione oggi di grande tendenza.

 

La necessità di cambiare,quindi, per la nuova generazione che io rappresentavo all’ingresso in azienda, era impellente e lo feci come lo fecero all’epoca tanti altri amici e colleghi sparsi per l’Italia, (eravamo fine 60 primi 70) e fummo quelli che diedero la svolta definitiva al mondo del vino italiano che passò dal produrre “calorie quotidiane” a “edonismo“ alla portata più o meno di tutte le tasche.

 

Saltando a piè pari 20 anni, “Grave di Stecca” nasce come progetto sperimentale nel 1991, nel momento in cui il proprietario del “clos” mi affitta la vigna e mi vende la Casa Rossa dove abito.

Era la realizzazione di un sogno: una vecchia vigna composta da vecchie e nuove viti, cloni di Prosecco ormai scomparsi, alcune piante franche di piede quindi un materiale incredibile, ma che si stava auto-distruggendo parte per incuria,  parte per non conoscenza. Per due anni io ho selezionato le piante migliori (selezione massale), quelle che avevano le caratteristiche più simili ai vecchi cloni balbi e, nel frattempo, con la collaborazione di Jeanmarie Guillaume, uno dei più bravi pépiniéristes francesi, decidevamo la scelta del portainnesto 41b adatto al terreno altamente calcareo, il sesto di impianto e il sistema di allevamento, e via dicendo, quindi non un vigneto fatto piantare dai vivaisti e dai produttori di pali, ma pensato e progettato per un vino che esprimesse il vero sentimento del luogo in cui veniva prodotto.

Potrei dire che sono stato deriso all’epoca, come criticato con una punta di cattiveria ora, ma bisognava provare a fare qualche cosa di diverso per dare una differente dignità a quello che tutti chiamavano prosecchino e che tanti oggi vorrebbero fosse rimasto tale per pagare poco il risultato delle fatiche di una viticoltura impegnativa e faticosa ed a volte anche derisa.

 

Esposto interamente a sud, 5000  piante per ettaro, 2m x 1 a ritocchino (cosi il frutto prende il sole dalla mattina alla sera), il primo filo a 70 cm, pali in legno, contenimento delle vigorosità del Prosecco con cimatura periodica (circa un ettaro di foglie per ogni ettaro di vigna), aggiungerei anche che per alcuni anni metà allevato a Guyot e metà a cordone speronato che venne successivamente convertito a Guyot perché non entrava in equilibrio col terreno composto di sassi puri tale che era ed è impossibile lavorarlo senza  evitare di scoprire ed alzare quelli che sono sotto tranquilli : c’era e c’è tutto per produrre un vino diverso.

Allora avrei potuto piantare qualsiasi cosa alla moda,  ma decisi di restare saldamente legato alla tradizione nella scelta del tipo di uva.

 

Un altro salto ed arriviamo al 2007 con la decisione di produrre Grave di Stecca ( il vigneto ha 14 anni essendo stato piantato nel 1993) ormai la vigna è matura e può dare, se vuole, il suo meglio. Qui inizia il progetto Valdobbiadene Doc Grave di Stecca o, come definito da Alvaro Pavan, il “Roederer del Prosecco" – Alvaro ti sei accorto che c’e anche un Roederer della Franciacorta?- Se  Alvaro, che mi conosce bene e che è sempre stato accolto bene ogni qualvolta veniva a lavorare all’interno della proprietà del “monopole”,  avesse dedicato un po’ del suo tempo libero per parlare con me ed assaggiare con me il vino nei suoi vari momenti e nelle differenti annate, forse avrebbe capito meglio quello che stava succedendo e quello che accadrà.

 

Al contrario è stato molto più facile sputare sentenze (va molto di moda oggidì!) criticare senza approfondire , bere senza assaggiare assieme a chi produce e che può spiegare per filo e per segno le proprie idee, le sfide che il mondo agricolo oggi deve affrontare, anche se solo da una piccola vigna come “Grave di Stecca” Pertanto è stato più facile sedersi davanti ad un computer e scrivere tutto ed il contrario di tutto, solo per esaltare se stesso, e non per fare una critica produttiva, in una forma autoreferenziale, ancora una volta di moda, offendendo, senza una ragione precisa anche chi fa il proprio lavoro sicuro di farlo al meglio.

 

Alvaro che bisogno c’era di scrivere quello che hai scritto?

Primo Franco

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G
<br /> Non rimane che assaggiarlo e al bicchiere l'ardua sentenza.<br /> <br /> <br />
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