-Scusa Sandro (mia sorella abbrevia così il mio nome) tu come definiresti un gruppo da ottantacinque milioni di bottiglie? Io fatico ad immaginarle...
- Brava, bella domanda... lo definirei un Leviatano, talmente grande da essere, almeno per l'Italia, come la creatura biblica: Re su tutte le bestie selvagge!
Questa la frase più o meno intercorsa una mattina di inizio 2008 in pausa caffè, finche mia sorella leggeva una rivista del mondo vino riportante i dati del GIV, Gruppo Italiano Vini, inerenti il 2007. Ed allora non potevo immaginare che il Leviatano l'avrei conosciuto dal vivo.
Nello scorso mese di marzo ricevo un educato commento ad un mio post (questo) a firma del direttore vendite del GIV, Riccardo Ravasio, sulla sempiterna polemica che vuole che le produzioni di grandi numeri si sposi unicamente con la scarsa, se non bassissima qualità di quanto prodotto. A quel prima commento ne segue un secondo, poi una mail ed un'altra, finché Ravasio mi dice "Alessandro, perché non fuga i suoi dubbi e viene a vedere dal vivo come lavoriamo? Essere grandi non significa per forza essere nemici della qualità o della serietà! Vicino alla nostra sede c'è Bolla: sufficienti 15 milioni di bottiglie per vedere se anche nel grande si può essere corretti?" Siccome mi considero un santommaso (nel senso che se non vedo non credo) perché farmelo ripetere? Fissiamo una mattina di fine ottobre per incontrarci e mi sposto nel veronese.
L'arrivo nella splendida ed ordinatissima sede del GIV aveva il potere di amplificare ancor di più la distanza tra quella che è la mia idea di vino ed una grande azienda, ma già la sincera stretta di mano di Ravasio e di Roberta Speronello, persona che segue la comunicazione dell'intero gruppo, ed il loro modo di fare per nulla atteggiato avevano il potere di controbilanciare tale impressione.
Con fare accogliente mi propongono di visitare subito la cantina di Bolla ed i vigneti da dove provengono le uve, assieme a noi tre ci sarebbe stato Giannantonio Marconi, agronomo e responsabile dei vigneti coltivati e dei conferenti per Bolla e per le altre cantine del Gruppo situate in zona.
Tralascio la fedele cronaca della mia gita: sarebbe tanto noiosa per voi quanto poco utile a questo post, vi dico però che è stata completa ed esaustiva, e non entro neanche in merito agli assaggi effettuati (migliori di quanto avrei immaginato, special modo per i vini rossi) quello su cui voglio soffermarmi è l'aspetto umano con cui viene vissuto il lavoro in una azienda enorme.
Ora è logico e pacifico che un'azienda di grandi dimensioni non può vivere un "vino proprio" così come lo vive un vignaiuolo che coltiva tre ettari di vigneto, vendemmia e vinifica le proprie uve, segue l'evolvere del vino in ogni suo momento e di quel vino ne è il padre, ma se mi si permette il paragone vi è la stessa differenza che esiste tra un sarto che produce un vestito in ogni suo passaggio e quello di una dipendente di un'azienda produttrice di abbigliamento pret-a-porter. Ovvio che il primo produrrà un abito dalle linee da lui immaginate sin dal primo momento e modificherà il suo lavoro, nelle fasi di taglio e di cucito, a seconda di quanto la sua sensibilità gli ispirerà al momento mentre la seconda cucirà seguendo le disposizioni di chi ha disegnato l'abito e che ha dettato le regole in ogni altro passaggio, ma nessuno può permettersi di dire che il sarto viene mosso solo dalla passione e dall'amore per il proprio lavoro e la signora Teresa che cuce per Cavalli, anzichè Calvin Klein o Benetton (aziende a caso, sia chiaro) solo per lo stipendio: la dignità d'intenzione e dedizione può essere benissimo pari!
Ad esempio io ho conosciuto tantissimi viticoltori, anche di fama, ma mi ha stupito la professionalità, l'attenzione la cura per il proprio lavoro di Giannantonio Marconi: se avessi un'azienda vitivinicola (costruita con la mia idea di qualità, che non è certo tendente al basso...) un collaboratore così lo vorrei immediatamente.
Stessa passione l'ho trovata in Roberta Speronello, in Riccardo Ravasio o nel direttore tecnico dell'intero gruppo Cristian Scrinzi: non è che il lavorare "nel ventre del Leviatano" porti le persone a pensare con un ottica mirata solo al conto economico anzichè a quella del prodotto, per nulla!
Come mirabilmente ha scritto in un commento l'amico Massimo il piccolo produttore può, con le sue esigue bottiglie prodotte, permettersi più della grande cantina nel fare vini a propria immagine e personalità, mentre la grande cantina inevitabilmente deve ospitare tra i suoi clienti tanti più estimatori e bevitori possibile e quindi il gusto ne risulterà giocorforza più standardizzato e smussato, ma ciò non significa che l'onestà e le buone intenzioni di fondo non siano le stesse, anche se i risulati in alcuni casi divergono.
Per me è stata una piccola (ma grande) lezione di umiltà quella che il Leviatano mi ha impartito: dietro ad ogni bottiglia vi è comunque un uomo, un viticoltore, un tecnico e non possiamo permetterci di sminuire il loro lavoro solo per principio preso.
AC